Una storia di altri tempi

Una storia di altri tempi

Vorrei rubare 10 minuti del vostro tempo e regalarvi un piccolo sogno, oltre alle foto che ho raccolto sul web e che potete trovare alla fine di quest’articolo.

Mi piacerebbe prendervi per mano e farvi volare insieme a me con la fantasia e, anche se per poco, farvi entrare con la mente in questa storia nel passato. Una storia che è però ancora oggi presente nella memoria di molti e reale più che mai.

E’ la storia di una piccola città in crescita vertiginosa, una città che contava negli anni ’40 già poco più di 30.000 abitanti. La storia di una Legnano di altri tempi, una Legnano che non esiste ormai più.
La storia di una città che era pronta per crescere ma si è dovuta fermare con la Guerra appena iniziata (parliamo sempre del ’40).
Una città che voleva primeggiare tra il tessile ed il meccanico.

Pensiamo alle grosse realtà nate qualche anno prima nel legnanese.
Solo per fare alcuni nomi il Cotonificio Cantoni, il Cotonificio Dell’Acqua, la Bernocchi, la Franco Tosi, la Manifattura di Legnano, le Industrie Elettriche Legnanesi, la De Angeli Frua, la Mario Pensotti, la Fratelli Gianazza, le tessiture e tintorie Agosti e la Giulini & Ratti ed altre ancora che davano lavoro alla città intera e a tutti i comuni limitrofi.
Da fonti statistiche tra il 1950 e il 1960 più del 65% degli abitanti era impiegato nelle aziende della città, il restante era impiegato nelle aziende terziarie nei comuni limitrofi oppure lavoravano con piccoli telai o macchinari nelle cantine della propria abitazione.
In quegli anni quasi il 90% degli abitanti (esclusi ovviamente i bambini minori di 14 anni e le casalinghe) lavoravano in una azienda.
Un numero impressionante di persone se ci pensate, numeri oggi impossibili da realizzare ancora.

La voglia di crescere di questa città era talmente forte che la faceva restare ferma e fedele ai suoi valori.
Tutto questo mentre la guerra “rapiva” dalle case giovani e uomini per portarli sui campi di battaglia e “obbligava” intanto le industrie meccaniche a convertirsi in fabbriche d’armi e le aziende tessili a confezionare uniformi, sacchi a pelo e coperte militari.
Ma intanto, in segreto in reparti separati e nascosti, la maggioranza di queste aziende, continuava la produzione normale, per essere pronta, al termine della guerra, con il lavoro e la vendita normale.
Furono questi anche gli anni dove vennero per esempio assunti in Franco Tosi anche Felice Musazzi e Tony Barlocco (I Legnanesi) a cui dobbiamo oggi la rappresentazione teatrale di alcuni momenti di vita dell’epoca.

Una città che ha visto coraggiosi scioperi durante la guerra. Il più famoso si svolse nella Franco Tosi militarizzata nel 1944, soppresso con la forza e violenza da truppe militari inviate da Milano, dove furono arrestate oltre 60 persone e dove 7 vennero deportate nei lager nazisti, nei campi di concentramento, per non far più ritorno a casa dai propri cari.

Questa era la Legnano dell’epoca che davanti a se, senza saperlo, aveva il piccolo baratro della regressione post guerra che l’aspettava, ma che aveva comunque un grande voglia di fare e di rialzarsi. Cosa che accadde solo anni dopo, nel 1946, con la costruzione della nuova rete fognaria ed elettrica. L’arrivo della seconda parte della rivoluzione industriale ed economica, di una nuova vera esplosione di manifatture, di aziende tessili e meccaniche, una Legnano che ha sempre voluto “emergere” e distinguersi.

Mio padre, nato proprio verso la fine del 1940, mi ha sempre raccontato da piccolo molte storie della sua infanzia. Storie che nella mia mente han creato sogni ed immagini degne dei film più nostalgici degli anni ’80.

Lui, nato e cresciuto proprio in quegli anni a Legnano, abitava con i genitori e fratelli nel cortile delle “case del gas” nel rione di “Sant’Ambros”, case ancora oggi esistenti in Piazza Achilli Raoul, dove all’epoca tutto attorno c’erano solo prati, cascine e la Franco Tosi.

Dove, subito dopo la salita dell’attuale via San Bernardino, in cima alla piccola collina, passava regolare fischiando il treno. Dove tutto attorno c’erano solo spazi aperti, prati e campi, dove ora ormai troviamo solo strade, palazzi e case (come scrisse poi in una sua canzone Adriano Celentano).

Immagino con la fantasia le strade percorse da pochissime o quasi nessuna auto e di donne tutte vestite con abiti pomposi e plissettati, di uomini con giacche, cravatte a grossi cappelli. Con i pesanti cappotti di lana d’inverno e con i bambini, rigorosamente con i pantaloncini corti, che correvano, giocavano e camminavano per la strada, come si vedono oggi solo nei vecchi film di Stanlio e Ollio o di Charlie Chaplin.

Del suono acuto delle sirene che fischiavano al pomeriggio, annunciando che era finita la giornata lavorativa nelle fabbriche e tutti i bambini correvano dai prati alle strade sterrate a guardare il fiume dei lavoratori che uscivano dai cancelli e si riversava a piedi o in bicicletta per le strade e scendeva da via Alberto da Giussano giù verso il cimitero o per il Corso Italia fino in centro.

Delle persone che si incontravano ogni giorno in Piazza San Magno, dove allora veniva fatto il mercato centrale, per trovarsi, parlare, comprare cibo o semplicemente per fare quattro passi nel centro della città.

Del periodo durante la guerra, dove gli adulti più temerari e coraggiosi, ma anche disperati, tra cui il mio nonno paterno, di nascosto partivano con il treno in direzione del Veneto per cercare di recuperare un poco di carne, sacchi di zucchero, sale o altro (se si veniva fermati l’accusa era di contrabbando e si rischiava la fucilazione sul posto), perché mancava tutto ed era veramente un periodo di stenti e qui da noi non si trovava nulla.

Un racconto mi ha sempre colpito, uno in particolare che mi fece mio padre.

In questo racconto mi spiegava come mio nonno e qualche altro coraggioso, durante il ritorno da un viaggio nel Veneto, rischiò di essere preso dalla “Geheime Staatspolizei” (ovvero quella che poi tutti chiamavano Gestapo, ovvero la Polizia segreta di stato Tedesca). Si dovette nascondere per ore sotto dei sacchi di carbone sul vagone del treno per non essere scoperto, rinunciando a muoversi dal nascondiglio per espletare ogni tipo di funzione fisica (potete immaginare di cosa parlo).
Arrivati quasi alla stazione di Legnano (dal suo racconto mancava circa un chilometro o due alla stazione) saltò giù dal treno e, abbandonando sul treno tutto quello che aveva comprato (farina, zucchero, sale e qualche genere alimentare) rimase per altre ore nascosto sotto la neve mentre tutto attorno sentiva le pattuglie dei Tedeschi che giravano nei campi in ricerca di chi era “saltato” giù dal treno in corsa per arrestarli o fucilarli.

Di come semi-congelato, irriconoscibile dal nero del carbone sul corpo, era arrivato di notte a casa e di come restarono tutti insieme vicino alla stufa per ore senza parlare, con le lacrime agli occhi e i brividi che ancora percorrevano il corpo, solo stando vicini l’uno all’altro.

Dei rifugi anti bombe sotto le case, nelle cantine dei palazzi, dove ci si nascondeva al primo allarme tutti indistintamente insieme.

Dei giochi per strada, semplici ma divertenti. Dei tuffi, dei bagni e delle gare di pesca nel fiume Olona, che era ovviamente all’epoca limpido e trasparente e scorreva a cielo aperto nella città. Delle “guerre” tra bande di ragazzi, attorno al Castello, nei fossi che costeggiavano sempre l’Olona.

Dei gruppi di ragazzi più “cattivi” e ribelli, armati di “tirasassi”, che sfidavano gli altri gruppi che “scendevano” dal quartiere “Olmina” (ora Legnarello) o dalla “Ponzella” (ora San Bernardino).

Delle loro giornate intere a giocare e correre in mezzo ai prati fino a ridosso della montagnetta accanto al cimitero, dove in cima passava il treno e dove ora c’è la strada con il sottopasso che porta a San Giorgio su Legnano.

Quando ci ripenso, mi immagino sempre queste scene nella mia mente come un incrocio di film visti e amati per esempio quelli basati sulle novelle di Stephen King “Stand By Me” o “IT”.

Sono stati sicuramente tempi duri e difficili e la vita non era semplice in quel periodo, prima, durante e dopo la guerra.

La vita era difficile, non sicuramente comoda come l’abbiamo conosciuta noi, nati dopo negli anni ’70 e ’80. Molto probabilmente molte persone di oggi allora non sarebbero nemmeno riuscite a sopravvivere, la mortalità infantile era altissima. Basta pensare alle varie malattie e di come oggi vengono combattute con i farmaci che in quegli anni non esistevano nemmeno.
Molti avevano poco o niente, si faceva fatica per tutto e si era spesso anche al freddo durante l’inverno e ricordiamoci anche che la maggioranza delle persone non avevano il bagno in casa e i sanitari erano all’aperto, in comune, nei cortili.

Si viveva per la maggioranza in questi grossi cortili, in grandi case di corte. Immaginate e pensate, se avete visto qualche volta “i Legnanesi”, come vengono rappresentate le loro storie, le battute comiche e le loro parodie. Beh, quelle sono inventate, ma sono solo un poco più romanzate del vero, la vita e le storie erano proprio così come loro le raccontano.

Pensando a questo, immaginando quell’epoca, credo comunque che forse ci siamo smarriti durante la crescita, durante la strada che abbiamo percorso in questi ultimi quasi 80 anni, qualcosa abbiamo perso.

Abbiamo perso un grosso pezzo di anima della nostra città, il cuore di una creatura che sognava di diventare grande ma ormai oggi è diventata “come tante altre”.

Credo proprio che come si divertivano allora i bambini, per esempio a far girare i cerchi per strada, a saltare alla corda, giocare alla “Lippa”, a rincorrere i carri che passavano per strada e come si rideva quando si vedeva passare una automobile che viaggiava alla folle velocità di 15/20 chilometri all’ora…beh, credo che questo purtroppo non potrà sicuramente più accadere oggi.

E forse è davvero un peccato…

(Alessandro Gasparri 16.01.2019)

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